Archivio | 11 dicembre 2017

Non c’è Arte senza carattere

21369302_1413810512006953_2214357698422718320_n

Non c’è arte senza carattere

Quando si pensa alla nascita dei linguaggi dell’arte moderna e contemporanea, spesso non si considera il presupposto fondamentale che scardinava alla fine dell’Ottocento tutto quello che l’arte si trascinava dietro dal classico e dal Rinascimento, la condivisione tra osservatore ed artista del linguaggio dell’arte, il linguaggio dell’arte diventa con la modernità industriale uno strumento di relazione, recupera il suo essere naturale biologia dell‘umano.
La partecipazione dell’osservatore diventa fondamentale per la compiutezza di un opera d’arte, il linguaggio dell’arte diventa uno strumento di relazione ed espansione culturale, impulso estetico e culturale che conduce a nuove forme di linguaggi e visioni emotive e interattive.
Pensate allo Scultore Rodin quando affermava:
“Non c’è niente di brutto nell’arte eccetto quello che è privo di carattere, ossia quello che non propone una verità esterna o interna”.
Matura in quel momento storico l’idea dell’artista come educatore del pubblico, educatore allo sguardo diverso e non convenzionale, a trovare una nuova dimensione della realtà che sia connessa con lo spettatore, nessuna reale gerarchia ereditata dal classico, dal bizantino, dal gotico o dal Rinascimentale, l’arte diventa linguaggio connettivo che intercetta la mutazione dello spettatore nello spazio e nel tempo.
Senza il coinvolgimento dello spettatore non c’è opera d’arte, visione dell’arte che matura lentamente a partire dal seicento con Caravaggio, ma anche con i pittori olandesi come Frans Hals che invitavano emotivamente lo spettatore all’interno del quadro, quasi come i selfie contemporanei, nessuna barriera formale compositiva, pedagogica o di decoro.

Domenico Di Caterino